martedì 29 novembre 2016

17 #PICCOLESTORIE

SCRIVERE E' UN PIACERE - SENTIRSI A CASA


Mi sento a casa tra i miei monti e le mie valli. Mi sento a casa ai piedi del Monte Canto, dove sono nato e cresciuto. Mi sento a casa appeso sul grande scudo della Nord della Regina. Mi sento a casa tra i boschi del Canto Basso, in quel borgo dove ho “messo su casa” e vivo con la mia famiglia. Ma quella sensazione che sta racchiusa nella frase “Ti senti a casa quando …” è legata ad un momento esatto che ogni volta si ripete ed ogni volta mi fa dire: “Ecco! Ora mi sento a casa.”
Sono alla guida del mio mezzo e il nastro d’asfalto corre veloce sotto le ruote, mentre il mondo mi viene incontro ed io mi ci tuffo spavaldo. I guard-rail sfrecciano indistinti ai mie lati. Oltre, in lontananza, si delineano i paesaggi che poi si avvicinano, dapprima lentamente e quindi sempre più velocemente, sino a sfuocarsi, una volta giunti al limite del mio campo visivo, per venire infine risucchiati oltre le mie spalle.
I caselli autostradali si susseguono con regolarità: Brescia ovest, Ospitaletto, Rovato, Palazzolo, Ponte Oglio, Telgate, ed io scruto all’orizzonte il profilo dei monti, cercando le sagome a me più familiari. Eccole iniziano a delinearsi e c’è un momento esatto in cui tutte compaiono: la dorsale del Monte Misma che si affonda nelle dolci curve dei colli di Scanzo; il vuoto della valle Seriana che si insinua tra i rilievi; il lungo crinale che unisce le Podone, la Cima Bianca, il Costone, la Filaressa, il Cavallo, il Canto Basso e il Canto Alto sino a sfumare nei colli della Maresana e di Ranica; in lontananza il Resegone e le Grigne. Penso a tutte le volte che ho percorso quei crinali correndo e osservando la pianura e immagino già il momento in cui, giunto a casa, tornerò a correre lungo quelle linee sospese nel cielo. Il motore gira e il furgone macina gli ultimi chilometri. Gli occhi rincorrono questi profili e inizio a sentire profumo di casa. A volte provo una sensazione strana e mi chiedo: “Ma se il Misma si scambiasse il posto con il Canto Alto? Sarebbe proprio un gran bello scherzo! Quindi mi preparo per qualsiasi evenienza, perché non si sa mai che possa accadere una delle prossime volte”. Nel mentre sorrido a questi pensieri assurdi e pregusto l'attimo in cui mi addentrerò nell’abbraccio di quei monti, per raggiungere casa. Seriate. Esco dall’autostrada, e ripercorro con lo sguardo, per l'ennesima volta, i profili contro il cielo: le creste boscose che dal Canto Alto che scendono verso la Filaressa, per poi risalire alle Podone. Ora sento di essere a casa. Lì, tra quella corona di monti, che abbraccia le valli della Nesa, ho messo le mie radici.
Ogni volta tutto ciò si ripete come un rito. È come se, in quei pochi chilometri, in quegli istanti, mi arrivasse la conferma che il mondo non è cambiato e tutto è come l’ho lasciato. Sono a casa. A breve, ritroverò la strada che esce dal paese, che svolta a sinistra e si infila nel bosco, quindi il bivio e i due tornanti finali, il parcheggio, le due rampe di scale e la mia casa sul limitare del borgo, affacciata sulla vigna e sulla valle. Di sovente, per non dire sempre, la stessa canzone mi torna sulla labbra.
“La casa sul confine della sera,
oscura e silenziosa se ne sta,
respiri un'aria limpida e leggera …
La casa è come un punto di memoria,
le tue radici danno la saggezza
e proprio questa è forse la risposta
e provi un grande senso di dolcezza …”

martedì 22 novembre 2016

16 #PICCOLESTORIE

16 #PICCOLESTORIE – SYRINX
Arrampicare in bilico tra botanica e musica


Ed io che pensavo che il nome Syrinx si ispirasse alla radice latina di Syringa vulgaris, il Lilla, un rustico arbusto con una fioritura profumatissima. E' stata la mia formazione scientifica e botanica ad avermi portato su questa strada, anche se percepivo una nota stonata, giusto per entrare in tema con l'intuizione che piano piano prendeva forma nella mia zucca. Questo arbusto ornamentale cresce nei giardini e non nei nostri boschi, men che meno sulle ripide pendici che sostengono il Pinnacolo di Maslana. Se volevo scoprire la vera origine di quel nome dovevo cambiare prospettiva, spogliarmi delle mie conoscenze e partire dall’inizio, quando quella porzione di parete del Pinnacolo era ancora vergine, senza alcuna via di salita. Cosa ci avrà visto Alessandro quando la salì e decise di chiamare la nuova linea Syrinx? Conosco Alessandro mi pare di ricordare che non abbia come passione la botanica ma bensì la musica. - Andate a dare un occhio alla sua pagina e troverete oltre alle foto di montagne altre immagini in cui lo vedrete in tenuta da concerto, impegnato a suonare il flauto. - Quindi digito Syrinx nel motore di ricerca ed ecco cosa mi ritrovo:"Syrinx è una composizione di Claude Debussy per flauto solo, del 1913. Considerata una delle composizioni più significative per questo strumento". Altro che il profumo dei fiori di lillà, in quella prima salita c’era Debussy ad accompagnare Alessandro. Ma la piccola storia che mi sto immaginando non può chiudersi così, il finale sarebbe troppo serioso. Non ce lo vedo Alessandro in cima al Pinnacolo, a fianco della candida Madonnina che ne orna la cuspide sommitale, con il suo flauto a suonare Debussy. Anzi, a dire il vero, ce lo vedrei e vi confesso che sarebbe una gran bella scena: lui in bilico sulla cresta affilata, come nelle foto di Rebuffat, in perfetta tenuta da concerto, il flauto che riflette in guizzi di luce i raggi del sole e le note di questa meravigliosa composizione che si espandono nell’aria. Si, sarebbe una gran bella scena, ne uscirebbero delle riprese meravigliose, ma non funziona, manca qualcosa, devo immaginare dell’altro. Continuo le ricerche sulle origini del termine latino Syrinx e mi imbatto nelle Metamorfosi di Ovidio. Bingo! Ecco ciò che mancava per chiudere il racconto. - Syrinx era una bellissima ninfa, seguace di Artemide, il dio Pan se ne invaghì perdutamente, ma lei lo rifuggì e sulle rive del fiume Ladone implorò le Naiadi di salvarla. Detto, fatto. Fu trasformata in un fascio di canne palustri che scosse dal vento sembrava suonassero. Pan, disperato per la perdita, ne colse alcune e con esse costruì un nuovo strumento: il flauto di Pan. - Dal mito torniamo al nostro Pinnacolo. Immaginiamoci nuovamente ai suoi piedi. La colonna sonora l’abbiamo già scelta ed è la composizione di Debussy, ora se, al cospetto di questa guglia perfetta, alziamo lo sguardo non faticheremo a riconoscere un simpatico fauno, proprio lui Pan, che rincorre e gioca con Syrinx e le altre ninfee dei dirupi. Forse proprio a questo pensava Alessandro quando, nel 1998, apriva la sua nuova via. Non lo so, ma una cosa è certa, quando tornerò ad arrampicare in questo luogo non potrò fare a meno di sorridere e ripensare a questa piccola storia, facendomi accompagnare da Debussy, da Syrinx, dalle Ninfee e da Pan.

sabato 19 novembre 2016

23 #UNIMMAGINEDICEPIUDIMILLEPAROLE


Domenica 12 ‎novembre ‎2016, ‏‎15:26:47 - Olera - Plassöi



A volte ci si deve entrare dentro, nei luoghi. A volte non ci si deve limitare ad attraversarli ma ci si deve perdere dentro. Percorrere e ripercorrere le strade fatte e cercarne di nuove. Esplorare lo spazio e cambiare continuamente punto di osservazione. Concentrarsi sul dettaglio senza perdere la visione d'insieme. Godersi la vastità di un panorama senza scordare il lembo di terra su cui si appoggiano i nostri piedi. E in ogni caso fermarsi. Fermarsi anche solo un attimo.
Appoggio la bicicletta al muro di questa cascina abbandonata. Sgombero la mente dai pensieri e dalle preoccupazioni contingenti. Sono lì, immerso nell'autunno del bosco e lascio scivolare tutto il resto, lontano. Respiro. Un brivido di freddo mi percorre la schiena bagnata di sudore, varco la porta spalancata. Entro, lo sguardo si abitua alla penombra. Osservo quello spazio spoglio e polveroso. Mi siedo in un angolo, su una panca di pietra, e ascolto quello che quei semplici oggetti mi possono raccontare. Un tavolo, due sedie, uno scolapiatti, un armadietto e poche altre cose scolpite dalla luce che entra dalla porta e dalla grata della finestrella ingombra di vegetazione. Quante vite saranno sbocciate e si saranno consumate tra questi muri, al ritmo di gesti quotidiani e di eventi irripetibili, in un alternarsi di gioie e dolori, di preoccupazioni e soddisfazioni. Vite che, nella loro essenza, sono poco dissimili dalla mia. Un rumore richiama la mia attenzione, alzo lo sguardo e incrocio quello di un ghiro, che mi osserva per un attimo e poi sparisce tra le travi di legno del soffitto. Ecco di chi sono tutti quei gusci di nocciole, rosicati e sparsi sul tavolo. Anche questi sono segni di vita. Mi alzo ed esco con la sensazione di avere goduto di uno spazio e di una intimità che non mi spettavano. Allora come segno di rispetto e gratitudine verso questo luogo, dopo un ultimo sguardo, chiudo il portoncino come a proteggere le memorie custodite da questi muri. Inforco la bici e riprendo a pedalare. Ora tutto mi sembra più leggero e, dopo avere scollinato, mentre inizio una gran bella discesa mi sento un poco come il ghiro che ora sarà alle prese con il suo mucchio di nocciole da sgranocchiare. Felice

sabato 5 novembre 2016

#22 UN IMMAGINE DICE PIU DI MILLE PAROLE

martedì 1 ‎novembre ‎2016, ‏‎08:42:54 – Valbondione - Pinnacolo di Maslana – Via “Vento beffardo”

“Quando l’odore del sole ci prende
mentre bacia di vita le cose,
le cose mostrano il verso perfetto
circolare e paziente del tempo.”
Angelo Andreotti – Dell’ombra la luce


Una goccia di luce cade sulla cuspide, e da lì cola inesorabile lungo i fianchi del Pinnacolo. Scivola e scende a cancellare l’ombra, che cede il passo, si ritrae e si nasconde, rifugiandosi nel profondo delle fessure, sotto l’ala protettrice dei grandi tetti e negli angusti camini. Luce e ombra si amalgamano in una linea sottile che scorre e lenta precipita sino ad approdare a terra. Dove il lenzuolo d’ombra scivola verso valle e la luce spolvera di oro, di rame e di zolfo le erbe e le chiome che profumano d’autunno.

Siamo appena usciti dal bosco. Sotto di noi la valle è un fiordo colmo di nubi. Maslana è un grumo di baite lambito dalla risacca di questo insolito mare. Sopra di noi lo spettacolo si dispiega ai nostri occhi sino a fermare il nostro passo. Immobili nell’ombra osserviamo, in attesa. Eccola! La luce ci coglie, ci avvolge, ci scalda e va oltre. Riprendiamo il cammino e solo il ripido prato ci separa da queste geometrie essenziali, linee protese verso il cielo. Siamo soli, anche questo è un dono inatteso, ed iniziamo a scalare. La roccia è calda ed è un piacere fare scivolare le mani su di essa alla ricerca dell’appiglio perfetto. Il vento da nord, nei punti più esposti, ci regala fredde carezze. Non c’è nessuno a farci compagnia se non un chiassoso stormo di gracchi. Procediamo nella scalata inseguiti dalle nostre ombre con cui danziamo, movimento dopo movimento. E poi il silenzio e il tempo che scorre lento mentre in sosta, sospeso nel vuoto della parete, fai scorrere le corde e non devi fare null’altro che guardarti attorno, lasciare andare i pensieri e riempirti della bellezza che ti circonda, fatta di ombra e di luce.

venerdì 4 novembre 2016

15#PICCOLESTORIE

SCRIVERE E' UN PIACERE – Nella casa dell’infanzia


Nella mia infanzia c’era un oggetto meraviglioso che era strumento di vere e proprie magie, permetteva di portare a compimento i desideri. Non tutti, solo qualcuno. A pensarci ora mi viene da sorridere e mi pare anche un poco ridicolo, questo ricordo. A pensarci bene non saprei nemmeno perché la frase “nella casa dell’infanzia” abbia fatto emergere questo specifico ricordo. Vediamo un poco da che parte iniziare. Della cucina calda e della sala - regno del gelo - già sapete tutto. Ora immaginatevi due cose: le lancette della sveglia appoggiata sul frigorifero, che si avvicinano inesorabilmente alle 4,30, e un pistolino di sei, sette anni, anche un poco cicciottello, che chiede alla mamma di potere vedere la televisione. Ok, cambio di scena.
“Posso vedere la televisione?”. La mamma lancia uno sguardo attraverso lo specchio e dice: “Va bene! Ma stai attento”. Io piccino dalla cucina entro in sala e mi avvicino alla TV, qualcosa di gigantesco che incombe e se ne sta appoggiata su un carrello di legno e metallo dotato di quattro rotelle. Il compito che mi appresto a svolgere è di grande responsabilità – o per lo meno così lo percepivo -  trascinare al caldo della cucina il carrello e la sovrastante televisione, senza fare alcun danno. Carrello e TV se ne stanno incastraste tra due mobili nell’angolo opposto alla porta che unisce i due locali. L’impresa è di notevole impegno e il tragitto tortuoso e stretto, guai seri mi attendono se rovino le cose belle della sala. Con attenzione faccio scorrere il carrello in avanti per potere infilarmi tra l’apparecchio e il muro, quindi stacco la presa della corrente e quella dell’antenna, per fissarle al carrello. Di spingere il carrello non se ne parla nemmeno, questo se ne andrebbe in ogni direzione ad urtare i mobili, quindi lo tiro. Le rotelle sono piccine e fanno le bizze, quando incrociano le fughe delle piastrelle sono sempre pronte a cambiare direzione. Non senza preoccupazioni riesco a percorrere il lato lungo della sala, tra il tavolo e l’armadio basso con lo specchio. Ora devo affrontare un angolo a 90° e poi mi attende il lato corto, dove per mia fortuna non ci sono i mobili ma solo – si fa per dire – il tendaggio che copre la finestra. Percorro il secondo rettilineo e finalmente imbuco la porta, per ritrovarmi in cucina. Ora attacco la spina alla presa della corrente, posizionata vicino alla porta, e stacco dal carrello il rotolo del cavo bianco e semirigido, che il papà ha tagliato della lunghezza esatta, lo stendo ripercorrendo la strada fatta e lo collego alla presa dell’antenna TV. Ecco fatto! Anche questa volta non ho combinato danni. Anche questa volta, dopo avere chiuso la porta della sala. facendo attenzione che il cavo tv non si schiacci, accendo la televisione appena in tempo per godermi “Le avventure di Ciuffettino”.
A volte, ricordo, che mi aiutava anche la mia sorellina, soprattutto per fargli fare la curva, a quel benedetto carello pronto ad andare a sbattere contro i mobili. E poi ricordo che pure la mamma, riposizionato lo specchio e senza smettere di lavorare alla tagliacuce, si godeva la trasmissione. Noi ce ne stavamo seduti al tavolo o sdraiati a terra, sopra i sacchi pieni delle pezze di scarto del lavoro di mamma. Quando Ciuffettino era nella casa del Lupo Mannaro io avevo anche un poco di paura, ma ero grande e non potevo darlo a vedere.


La televisione era certamente una bella cosa ma senza quel carrello col cavolo che avremmo potuto vedere la “Tv dei Ragazzi”. Poi arrivava l’estate e il carrello tornava prepotentemente protagonista, in occasioni particolari, grazie a lui, era festa. Dalla sala si portava il divano sotto il portico, così come le sedie dalla cucina. Si apriva la finestra, che dalla sala si affacciava sul portico, e il carrello, con la sua inseparabile televisione, usciva dall’angolo tra i due mobili e percorreva il tragitto: lato lungo e mezzo lato corto, sino ad affacciarsi alla finestra. Arrivavano pure i cugini e gli zii, non ricordo cosa si guardasse, non era importante, ma l’aria di festa quella la ricordo bene. Magico carrello, chissà che fine a fatto. Ora chiamo la mamma, che sicuramente mi saprà dire qualcosa e certamente si ricorderà un sacco di altri dettagli. Già che ci sono, proverò a chiedere se anche a lei “Le avventure di Ciuffettino” facevano un poco paura.

15#PICCOLESTORIE

SCRIVERE E' UN PIACERE – Nella casa dell’infanzia


Nella mia infanzia c’era un oggetto meraviglioso che era strumento di vere e proprie magie, permetteva di portare a compimento i desideri. Non tutti, solo qualcuno. A pensarci ora mi viene da sorridere e mi pare anche un poco ridicolo, questo ricordo. A pensarci bene non saprei nemmeno perché la frase “nella casa dell’infanzia” abbia fatto emergere questo specifico ricordo. Vediamo un poco da che parte iniziare. Della cucina calda e della sala - regno del gelo - già sapete tutto. Ora immaginatevi due cose: le lancette della sveglia appoggiata sul frigorifero, che si avvicinano inesorabilmente alle 4,30, e un pistolino di sei, sette anni, anche un poco cicciottello, che chiede alla mamma di potere vedere la televisione. Ok, cambio di scena.
“Posso vedere la televisione?”. La mamma lancia uno sguardo attraverso lo specchio e dice: “Va bene! Ma stai attento”. Io piccino dalla cucina entro in sala e mi avvicino alla TV, qualcosa di gigantesco che incombe e se ne sta appoggiata su un carrello di legno e metallo dotato di quattro rotelle. Il compito che mi appresto a svolgere è di grande responsabilità – o per lo meno così lo percepivo -  trascinare al caldo della cucina il carrello e la sovrastante televisione, senza fare alcun danno. Carrello e TV se ne stanno incastraste tra due mobili nell’angolo opposto alla porta che unisce i due locali. L’impresa è di notevole impegno e il tragitto tortuoso e stretto, guai seri mi attendono se rovino le cose belle della sala. Con attenzione faccio scorrere il carrello in avanti per potere infilarmi tra l’apparecchio e il muro, quindi stacco la presa della corrente e quella dell’antenna, per fissarle al carrello. Di spingere il carrello non se ne parla nemmeno, questo se ne andrebbe in ogni direzione ad urtare i mobili, quindi lo tiro. Le rotelle sono piccine e fanno le bizze, quando incrociano le fughe delle piastrelle sono sempre pronte a cambiare direzione. Non senza preoccupazioni riesco a percorrere il lato lungo della sala, tra il tavolo e l’armadio basso con lo specchio. Ora devo affrontare un angolo a 90° e poi mi attende il lato corto, dove per mia fortuna non ci sono i mobili ma solo – si fa per dire – il tendaggio che copre la finestra. Percorro il secondo rettilineo e finalmente imbuco la porta, per ritrovarmi in cucina. Ora attacco la spina alla presa della corrente, posizionata vicino alla porta, e stacco dal carrello il rotolo del cavo bianco e semirigido, che il papà ha tagliato della lunghezza esatta, lo stendo ripercorrendo la strada fatta e lo collego alla presa dell’antenna TV. Ecco fatto! Anche questa volta non ho combinato danni. Anche questa volta, dopo avere chiuso la porta della sala. facendo attenzione che il cavo tv non si schiacci, accendo la televisione appena in tempo per godermi “Le avventure di Ciuffettino”.
A volte, ricordo, che mi aiutava anche la mia sorellina, soprattutto per fargli fare la curva, a quel benedetto carello pronto ad andare a sbattere contro i mobili. E poi ricordo che pure la mamma, riposizionato lo specchio e senza smettere di lavorare alla tagliacuce, si godeva la trasmissione. Noi ce ne stavamo seduti al tavolo o sdraiati a terra, sopra i sacchi pieni delle pezze di scarto del lavoro di mamma. Quando Ciuffettino era nella casa del Lupo Mannaro io avevo anche un poco di paura, ma ero grande e non potevo darlo a vedere.


La televisione era certamente una bella cosa ma senza quel carrello col cavolo che avremmo potuto vedere la “Tv dei Ragazzi”. Poi arrivava l’estate e il carrello tornava prepotentemente protagonista, in occasioni particolari, grazie a lui, era festa. Dalla sala si portava il divano sotto il portico, così come le sedie dalla cucina. Si apriva la finestra, che dalla sala si affacciava sul portico, e il carrello, con la sua inseparabile televisione, usciva dall’angolo tra i due mobili e percorreva il tragitto: lato lungo e mezzo lato corto, sino ad affacciarsi alla finestra. Arrivavano pure i cugini e gli zii, non ricordo cosa si guardasse, non era importante, ma l’aria di festa quella la ricordo bene. Magico carrello, chissà che fine a fatto. Ora chiamo la mamma, che sicuramente mi saprà dire qualcosa e certamente si ricorderà un sacco di altri dettagli. Già che ci sono, proverò a chiedere se anche a lei “Le avventure di Ciuffettino” facevano un poco paura.

mercoledì 26 ottobre 2016

14 #PICCOLE STORIE

SCRIVERE E' UN PIACERE – Un luogo che mi è caro

LA CUCINA D’INVERNO. Non vi voglio parlare della mia cucina d’oggi dove, nelle sere d’inverno, il camino è acceso e dopocena ognuno si trova il suo angolo per fare ciò che più gli piace. Scrivere, chiacchierare, leggere o anche non fare nulla e trascorrere il tempo a sonnecchiare o ad osservare il colore delle braci e il guizzare della fiamma.
Ho già detto troppo dell’oggi. “Un luogo che mi è caro” di cui voglio scrivere se ne sta invece in un ieri remoto. E non è la nostalgia che mi fa tornare a quello spazio, e nemmeno la malinconia che possono suscitare i ricordi d’infanzia, ma ciò che mi spinge a scrivere di quel luogo è la ferma consapevolezza che in quel minuscolo locale mi sono formato, sono cresciuto e sono arrivato ad essere l’uomo di oggi, vivendo nel flusso di un continuo presente.
Ho chiacchierato già troppo, ora veniamo al dunque.
D’inverno l’unico ambiente riscaldato della casa era la cucina, uno stanza lunga e stretta affacciata sul portico, a memoria direi tre metri per cinque, ma ai miei occhi da bimbo era immenso. Lì la mamma lavorava alla macchina da cucire, lì mia sorella ed io facevamo i compiti e giocavamo, lì si cucinava, si mangiava, si scaldava l’acqua per lavarsi, si asciugavano i panni e molto altro ancora. La stufa, ovvero la cucina economica, se ne stava quasi in fondo sul lato destro, attorno a lei ruotava la vita della famiglia intera. A noi piccoli spettava l’incombenza di andare a prendere la legna e tenerla carica.
Quindi, riepilogando. Si entrava dalla porta a vetri, unica fonte di luce dello spazio, e sulla destra appoggiata al muro c’era la sua tagliacuce su cui la mamma era costantemente al lavoro. Sulle piastrelle, davanti a lei, con una ventosa era appeso un piccolo specchio, di quelli col bordino di plastica colorata acquistato al mercato del venerdì. Lo specchio serviva alla mamma per potere controllare, con un semplice sguardo, tutto lo spazio e tenere d’occhio che cosa combinassimo, senza dovere sospendere il lavoro. Poi c’era il tavolo di formica gialla appoggiato al muro, per la cena lo spostavamo verso il centro, anche le sedie erano di formica gialla. Verso il fondo si trovava la stufa sempre accesa. La “scolderena” era sempre piena d’acqua calda e il tubo smaltato di bianco saliva diritto verso il soffitto, per poi fare una curva a gomito e attraversare una parte della cucina, sino ad entrare nel muro dove c’era la canna fumaria. Nel tratto verticale del tubo ci stava un marchingegno, una specie di corona, che permetteva di bloccare delle stecche di ferro in orizzontale, a formare una raggiera su cui stendere i panni da fare asciugare. Nell’angolo ci stava una specie di cassettone per la legna. Sulla piccola parete opposta all’ingresso c’era una finestrella, coperta da una tenda pesante, forava un muro di oltre un metro di spessore e si collegava alla cantina. Era posta in alto e non era accessibile a noi bambini, forse ricordo male ma lì in una “moscarola” si teneva il cibo che doveva stare al fresco. Sul lato sinistro, dal fondo verso l’ingresso, nell’ordine c’erano il lavandino e il fornello, con sopra lo scolapiatti e due armadietti smaltati di bianco, poi il frigorifero e infine la porta per andare in sala: il regno del gelo. In sala c’erano i mobili belli, con il divano e la TV, in sala ci si stava d’estate e, per quanto mi ricordo, solo nei giorni di festa. Da qualche parte, non rammento più dove con esattezza c’era un piccolo cesto rettangolare, fatto con striscioline intrecciate di plastica bianca e verde, con quattro gambette bianche e il suo bel coperchio, anch’esso colorato, in cui c’erano tutti i nostri giochi. La vita era in cucina. Per andare nelle camere e in bagno si usciva nel portico e si saliva la scala esterna, la zona notte era al piano di sopra e non era riscaldata.
La cucina d’inverno era bellissima, lì c’era tutto quello che io bambino potevo desiderare. Tornavo da scuola e mi aspettava la mamma con le patatine fritte. Poi c’erano le maglie di tutte le squadre di calcio, mucchi e mucchi, sulle sedie e sul tavolo, a cui tagliare i “codini”, ma questa è un’altra storia. Quindi c’erano tante pezze e panni colorati e rocchetti di filo di tutte le misure e colori con cui giocare. E poi la legna con cui costruire città intere e piste infinite per le biglie e le macchinine. Quando rientravamo dai giochi in cortile, che non conoscevano soste ne con il gelo ne con la neve, con i piedi gelidi e fradici e le mani rosse e con i geloni, ci si spogliava e, aperto lo sportello del forno della stufa, ci si scaldava i piedi appoggiandoli al suo imbocco. Dei compiti non ricordo quasi nulla però dell’Atlante De Agostini mi ricordo benissimo e ancora oggi ho l’esatta memoria dei viaggi che mi inventavo sopra gli oceani e tra i continenti, alla scoperta del mondo. Giungeva quindi l’ora della “Tv dei Ragazzi” e spuntava per incanto la televisione, ma di questa magia forse ne scriverò un’altra volta. Poi arrivava un momento anzi “il momento” in cui la mamma diceva “Bambini! È ora!” e noi sapevamo esattamente cosa voleva dire. Lei continuava a lavorare e noi iniziavamo a sistemare. Io mi ricordo che sistemavo benissimo, sistemavo tutto ed ero bravissimo, forse mia mamma potrebbe ridire qualcosa e mia sorella, se interpellata nel merito, avrebbe sicuramente ricordi ben diversi. Poi, sempre sotto quel suo sguardo riflesso nel piccolo specchio appeso al muro, seguivamo le sue indicazioni per preparare la cena. Infine si alzava e, dopo avere impacchettato in bell’ordine le maglie dei calciatori, cucinava sulla stufa e sui fornelli mentre ci aiutava ad apparecchiare la tavola. D’inverno papà tornava dal lavoro quando era già buio, dopo un lungo viaggio in corriera, entrava in casa e ci si sedeva a tavola per la cena. Non ricordo di cosa si parlasse ma ricordo che guardavamo Il Bernacca, Il Telegiornale e Il Carosello, per poi prenderci, dal forno della stufa, il nostro mattone bello caldo ed avvolto in un panno, coprirci bene, uscire e salire al piano di sopra, per tuffarci, in compagnia del nostro mattone, tra le lenzuola di flanella, sotto una trapunta che pesava una cifra ma che tratteneva bene il caldo, come un igloo al polo nord.

E così è stato sino a quando iniziò il cantiere in cui lavorammo tutti in famiglia  Rubammo un piccolo spazio alla cantina e fu realizzata una scala interna e infine tutti gli spazi della casa vennero dotati di un impianto di riscaldamento. Lavorammo tutta estate e i primi mesi della scuola. Iniziai così la quarta elementare.