martedì 18 dicembre 2012

B.A.L. BOCIA ALPINISTI LOMBARDI

Tito e Saro ne hanno combinata una delle loro. Non si tratta di una nuova salita, di una prima invernale o di raccontare la loro avventura su Divine Providence al Gran Pilier d'Angle, questa volta l'hanno fatta grossa, grossissima. Se le istituzioni e le associazioni non pensano alla promozione dell'alpinismo tra i giovani, sono i giovani che si autogestiscono ed autopromuovono. Non servono budget di alcun tipo e montagne in capo al mondo, serve solo tanta passione e voglia di mettersi in gioco ... e le montagne? Quelle le abbiamo dietro casa ed anche lì tanti complimenti a questi bocia, che senza andare al Ben Nevis, hanno trovato un bel terreno di gioco dove ripetere linee antiche, moderne e crearne di nuove. Questo Vecio logorroico lascia ora la parola ai bocia.
Un'ultima cosa, a questo link, trovate le news sulle salite dello scorso inverno: Pizzo del Becco in veste invernale.





B.A.L. – Bocia Alpinisti Lombardi - Dispaccio 1.0
Di Tito Arosio

L’8 e 9 dicembre 2012, in un angolo sperduto delle montagne lombarde una quindicina di giovani (bocia) si sono dati appuntamento per arrampicare insieme, persone che prima non si erano mai viste, e che difficilmente si sarebbero conosciute; si sono ritrovate sapendo di avere tutti una passione in comune: l’Alpinismo. L’idea di organizzare un raduno tra giovani alpinisti è venuta a Saro e a me durante una chiacchierata, prendendo coscienza del numero esiguo di giovani alpinisti: perché non metterli in contatto tra loro?
Non sono bastate temperature di -10°, raffiche di vento che ti buttavano a terra, spindrift in tutte le direzioni per togliere la voglia di arrampicare ad uno sparuto gruppo di giovani alpinisti che, nel weekend dell’Immacolata, si sono ritrovati alle pendici del Pizzo del Becco (Orobie, alta val Brembana – BG).
Il primo raduno dei BAL (Bocia Alpinisti Lombardi) è avvenuto in condizioni meteorologiche non esattamente ottimali ma questo è stato un dettaglio, la passione per la montagna ha prevalso sul freddo ed il vento. L’obbiettivo era avere la possibilità di arrampicare con nuovi compagni di cordata, e quale cosa migliore se non testare la tenuta della cordata con una serie di spindrift a raffica?
6 cordate per un totale di 13 alpinisti, con un età media di circa 22 anni, di 4 provincie differenti (Milano, Lecco, Bergamo e Brescia), si sono avventurate sulle vie del Pizzo del Becco e Spallone del Becco, con la compagnia di 3 esponenti del gruppo alpinistico femminile catalano.
Nel complesso le vie ripetute sono state: la Agazzi + Couloir dello zocolo sul Pizzo del Becco, la Super Mario sullo Spallone del Becco, la Becche al Becco con una variante Sullo spallone del Becco e l’apertura di due nuove vie sullo Spallone del Becco.

Francesco Rigosa, ventenne bresciano, scrive:
“B.A.L. - Primo raduno di giovani alpinisti lombardi.
Una novità, una nuova esperienza ed una indiscutibile possibilità di oltrepassare il provincialismo alpinistico e non solo!
Credo che con il termine nuova-esperienza si indichi la possibilità di vivere il nuovo, l’alternativo ed il diverso.
Così è valso per me in questa rivoluzionaria esperienza.
Condividere con dei ragazzi (miei coetanei) 2 giornate di scalata mi ha permesso di ampliare le vedute e sognare orizzonti più lontani.
Veniamo al concreto:
Il Tito ed il Saro mi propongono questa idea e subito la cosa mi appassiona e mi affascina.
L’idea di riunire i giovani scalatori lombardi può sembrare semplice e scontata tuttavia non è affatto così, nessuna istituzione ci aveva mai pensato prima!
Eppure per creare una prossima generazione di forti alpinisti non è forse necessario investire sui “bocia”? Se non sono le istituzioni ad ascoltarci saremo noi dunque a farci sentire!
Ne escono 2 giornate di misto intenso condito con del piacevole vento patagonico, risate, e nuovi progetti.
Il livello di molti è sicuramente alto, questo deve però essere un motivo di orgoglio e felicità per chi come me ha un'insaziabile sete di imparare ed apprendere il “nuovo”.
Conclusione:
Quando il prossimo?”

Michele Tapparello, ventenne bergamasco, scrive:
In questo momento sono seduto in un'aula universitaria, a seguire una (peraltro pure interessante) lezione di termodinamica applicata. intorno a me una marea di gente. tutti sconosciuti coi quali ho davvero pochissimo in comune. nella mia testa è un continuo ripensare al week end appena trascorso e alle botte di adrenalina, alla gratificazione, ai momenti di fatica sù per il pendio.
Due giorni fa a quest'ora avevo appena finito di allestire una comodissima sosta, ero lontano anni luce da tutta questa gente. eravamo rimasti solo in 5 temerari ad avventurarci in parete, dopo il freddo e il vento del giorno prima. iniziavo a recuperare i miei due compagni, conosciuti poche ore prima, ma coi quali già si era instaurato un legame forte, senza bisogno di tante parole o di tanto tempo. semplicemente avevamo in comune gli stessi sogni, come quello di essere li, spersi in mezzo alla roccia alla neve e al ghiaccio, ad assaporare i panorami mozzafiato della montagna d'inverno; a divertirci ingaggiandoci su queste fantastiche linee immaginarie che solcavano questa parete rocciosa sporca di neve e incrostata di ghiaccio. non sapevamo quasi nulla gli uni degli altri, quando qualche ora prima avevamo attaccato la via. tiro dopo tiro, però, scoprivamo le storie gli uni degli altri, iniziavamo a conoscerci, tramite racconti e aneddoti, spesso interrotti dai comandi di cordata, così come osservando in silenzio il modo di muoversi sulla parete. alla fine abbiamo salito sei tiri gustosissimi, ero partito con l'idea di fare tutti da secondo, e invece ci siamo distribuiti alla perfezione, due tiri per ognuno. una bellissima goulottina, seguita da una bel canale con salti di misto portava in cima allo spallone, dove ci attendeva il primo sole dei due giorni e poi giù discutendo di progetti futuri, di idee e di sogni, scaturiti dalla bellezza della roccia e di questi luoghi.
ora me ne sto qua, su questa sedia che scricchiola, a pensare che vorrei essere da tutt'altra parte. ripenso al week end: due giorni a mangiare un freddo dell'ostia, ravanando alla scoperta di linee su una parete nord nelle mie Orobie. spettacolare. semplicemente meraviglioso.”

Saro Costa scrive nel sul Blog:
B.A.L. sta per bocia alpinisti lombardi.
Bocia ha un significato molto importante perché evidenzia il fatto che siamo giovani, un ritrovo di giovani organizzato da giovani per i giovani.
Bene, dopo alcune settimane passate ad organizzare tutto (mica facile pensare al necessario per una quindicina di persone!) ci troviamo sotto una gran nevicata a risalire la condotta di Carona!
Voglio subito ringraziare i guardiani della diga che ci hanno gentilmente offerto un ottimo "campo base" senza il quale il raduno sarebbe stato davvero duro...
La minestra già ribolle nel pentolone e il "gruppo" inizia a prendere vita. L'idea per il giorno seguente è di creare cordate di estranei in modo che le conoscenze avvengano direttamente sul campo. Il Vallone di Sardegnana con il Pizzo del Becco e lo Spallone del Becco offrono tante vie di misto di media difficoltà e lunghezza dove giocare, l'ambiente e lo stile delle salite è decisamente alpinistico. Il gruppo parte e dopo un duro lavoro di battitura neve, inizia a distribuirsi sulle pareti e incominciano le "esperienze". Alcuni ribattono subito, alcuni tentano, alcuni non mollano, alcuni si uniscono, alcuni arrivano in cima, alcuni aprono nuove linee poi, chi prima chi dopo, tutti tornano al campo base. E' forse adesso, sorseggiando tè e sgranocchiando biscotti, il momento interessante, il momento in cui si ascoltano i racconti, i pareri e le critiche. Ognuno dice la sua (lo scopo del raduno sta avendo luogo), c'è chi torna a casa, chi si ferma per una porzione di ravioli e vino e poi scende, chi si trattiene e chi non vede l'ora di scalare ancora. La giornata è stata dura, il freddo e il vento tempestoso non hanno aiutato, le condizioni obbligavano ad una scalata non facile e spesso precaria ma ci siamo divertiti, è stata un'ottima giornata. Siamo riusciti a fare alpinismo. La seconda mattina siamo solo in cinque a lasciare il campo, risaliamo nuovamente verso le pareti e attacchiamo due linee nuove, anche oggi non ci conosciamo del tutto e ad ogni sosta la cordata prende sempre più forma. Torniamo giù, è ora di lasciare questo bellissimo posto. Passiamo per un caffè corretto dai guardiani, carichiamo i sacconi e via, chi con la frontale chi senza...
E' stata un'esperienza umana dove persone simili (ma tutte diverse), accomunate dalla stessa passione, si sono ritrovate per fare quello che più li piace, per fare quello che vogliono.
Per goderci a fondo la situazione e la nostra libertà decidiamo di continuare e il giorno seguente andiamo a Cornalba ad arrampicare!

Per l’organizzazione del raduno si ringraziano i guardiani della diga di Sardegnana per la disponibilità e la calda l’accoglienza e la “Grande Grimpe” per caldi berretti offerti e subito testati.

Vai alla Photogallery del raduno

Scarica il PDF con le relazioni delle nuove vie

LE NUOVE VIE
In blu, Becche al becco, in rosso le tre nuove vie: Fò di BAL, Beccati questa goulotte, Bo. In rosso tratteggiato, SuperMario

Via: "Fò di B.A.L."
Primi salitori
: Giulia Venturelli, Maurizio Tasca, Saro Costa, Alessandro Monaci, Paolo Grisa - 8 Dicembre 2012
Difficoltà: III - WI 2 - M5+ Dislivello: 250 m Materiale: in posto non è stato lasciato nulla, servono due mezze corde da 60 m, serie di friend Camalot fino al 4, una serie di dadi, rinvii e cordini, qualche chiodo da roccia. Note: possibili due varianti di attacco (vedi foto), la via si collega con gli ultimi due tiri di Becche al Becco.
Via: "Beccati questa Goulotte"
Primi salitori
: Saro Costa, Francesco Rigosa, Michele Tapparello - 9 Dicembre 2012
Difficoltà: II - WI 2 - M4 Dislivello: 250 m Materiale: in posto non è stato lasciato nulla, servono due mezze corde da 60 m, serie di friend Camalot fino al 4, una serie di dadi, rinvii e cordini, qualche chiodo da roccia. Note: la via si collega con gli ultimi due tiri di Super Mario (possibile anche scendere in doppia da quest'ultima).
Via: "Bo"
Primi salitori
: Tito Arosio, Giulia Venturelli - 9 Dicembre 2012
Difficoltà: II - WI 2 - M4 Dislivello: 250 m Materiale: in posto non è stato lasciato nulla, servono due mezze corde da 60 m, serie di friend Camalot fino al 4, una serie di dadi, rinvii e cordini, qualche chiodo da roccia. Note: la via si collega con gli ultimi due tiri di Super Mario (possibile anche scendere in doppia da quest'ultima).


lunedì 17 dicembre 2012

PRESOLANA - IL COLPO DI CODA



Il colpo di coda.

di Daniele Natali


Questo è un anno da Sud.
Era da molto che non salivo così tante volte su questo versante, per la precisione 12 da maggio ad ottobre. Della Presolana ho sempre preferito la parete Nord sia d’estate che d’inverno, forse perché l’ambiente è più alpinistico e meno frequentato. Al contrario quest’anno niente Nord, solo Sud, sole, nebbie, voglia di sistemare vecchi itinerari e dove possibile, provare ad aprire qualcosa di diverso dal solito.
Dopo la richiodatura di Yook Yook e la mia prima esperienza di nuova apertura su “Alien”, siamo nuovamente qui ma questa volta a sinistra dello “Spigolo sud”, la storica via aperta dai fratelli Longo. Sopra le nostre teste c’è un muro di calcare compatto e bucherellato come un formaggio svizzero, qui la linea che va per la maggiore è la bellissima “Panico e Salamico”, sulla destra “Qualcosa di travolgente” che viene generalmente disertata. Nel centro c’è una vecchia via aperta in due giorni nel 1965 da Carlo Nembrini, A Pezzotta e G. Milesi, una linea salita in artificiale che è già stata scalata in libera. Il 15 settembre io e Stefano vogliamo salirla mettendo in sicurezza le soste con un fix e maillon di calata. Speriamo che la presenza di soste sicure sia da stimolo ed invogli più cordate a ripercorrere questo itinerario storico, che si sviluppa su una roccia stratosferica. In libera le difficoltà massime arrivano fino al 7b/b+, i chiodi presenti sono numerosi sia normali che a pressione, ma si sconsiglia di non testarli con un volo. L’itinerario, una volta salito lo zoccolo, si sviluppa su tre lunghezze (in realtà quattro, ma la terza e la quarta si possono unire con un unico tiro da 50mt), sino ad incrociare il penultimo tiro di Panico e quindi raggiungerne la sosta per iniziare le calate. La parte finale risale alcuni diedri per terminare sulla cresta sommitale.


La settimana successiva, il 22 settembre, in una giornata di inizio autunno, Stefano ed io ci incamminiamo nuovamente sul sentiero che dal passo della Presolana conduce alla base della parete. Torniamo nella conca a sinistra dello “Spigolo Sud”, a sinistra di “Panico e Salamico” dove abbiamo individuato una nuova linea di salita che intendiamo percorrere. Anche qui la tattica è semplice: aprire dal basso proteggendosi con friends, sfruttando le numerose clessidre offerte dalla parete e piazzando i fix solo dove è veramente necessario. In meno di 7 ore, apriamo un itinerario con uno sviluppo di 160 metri, su ottima roccia a buchi; nasce così “Il colpo di coda”.
Nonostante le difficoltà non sostenute, l’itinerario richiede un buon impegno complessivo e abilità nel piazzare protezioni veloci, possibilmente sicure... Sono stati lasciati 9 fix lungo i tiri ed alcune clessidre cordonate per facilitare la direzione di salita. La nuova linea intercetta nel quarto tiro di traverso a sinistra, una via classica, probabilmente la Seghezzi-Rocca.
Il 6 ottobre, con Carlo Cortinovis, ripetiamo la via in libera confermando le buone impressioni avute durante l’apertura.
Si ringrazia Climbing Technology per il supporto tecnico.

Eccovi la Gallery fotografica
Blu: Via Nembrini - Verde: Panico e Salamico - Rosso: Il colpo di coda
Presolana Centrale – Parete sud
IL COLPO DI CODA

22 settembre 2012 – Daniele Natali e Stefano Codazzi
Sviluppo:
160 mt – L5 - Difficoltà  max 7a+ (6c obbl.) S3 I
L1: 6c+ 40m - L2: 6c 35m - L3: 6b+ 25m - L4: 5a 25m – L5: 7a+ 35m

Materiale:
Per una ripetizione, occorrono 2 corde da 60 mt, 6 rinvii, una serie completa di friend alien (o simili) più 2BD, kevlar e moschettoni sciolti per le clessidre, utili tricam piccoli.
Attacco:
1,40 ore dal Passo della Presolana, risalire per 15 mt il canale che separa il pilastro della Bramani dalla parete, clessidra cordonata a 5mt da terra.
Discesa:
In corda doppia lungo la via, saltare la L4 e rinviare il primo fix della L5.
Note
: Via impegnativa su roccia ottima, lasciati 9 fix inox lungo i tiri più le soste con anello di calata. Giunti alla base della via, è ben visibile il primo fix con cordino arancione, a 30mt da terra.

domenica 16 dicembre 2012

VOGLIAMO IL PANE, MA ANCHE LE ROSE



Venerdì 7 dicembre, mi sono alzato alla solita ora. Il rito del risveglio, due volte la settimana, si modifica leggermente. Uno sguardo dalla vetrata sui tetti delle case e sulla valle, il cielo è grigio, anzi possiede un biancore lattiginoso. Accendo il forno mentre tolgo il panno umido dal pane che è cresciuto tutta la notte, lievitando bene anche se inizia a fare più freddo. La pasta madre è già riposta in frigorifero, pronta per il prossimo impasto. Ogni volta mi meraviglio di questa metamorfosi, anche se dopo anni dovrei essermi abituato. Ricopro con il panno il pane e, mentre attendo che il forno vada in temperatura, accendo la radio e preparo la colazione per la tribù che pigra si risveglia. L’aroma del caffè si spande nell’aria, il forno è pronto, e prima di metterci a tavola inforno il pane. Mentre mangiamo ed ascoltiamo le notizie, il profumo fragrante del pane che si cuoce satura la stanza. Non mi abituerò mai alla meraviglia di certi attimi. Regolo la temperatura e la ventilazione del forno per completare la cottura, sparecchio e riordino. Il meteo alla radio dice che una corrente d’aria fredda entra da ovest e scivola contro i rilievi affacciati sulla pianura che è satura d’umidità: nevicherà. Nessuna perturbazione sarà all’origine di questa nevicata strana, che apparirà come un capriccio. Tolgo il pane dal forno, è gonfio e bollente, lo annuso cercando di rubargli tutto il profumo. Quindi lo avvolgo in un panno di cotone e poi in uno di lana, lo appoggio sul tagliere di legno. Si raffredderà lentamente senza perdere umidità e oggi sarà pronto per la merenda. Saluto e bacio la tribù. Esco.
Leggeri fiocchi di neve svolazzano nell’aria, uno qua, uno là, distanti nello spazio e nel tempo. Quando vedo fiocchi di neve comparire in cielo sono felice, più esattamente mi coglie un entusiasmo irrefrenabile. Osservo questa danza bianca mentre attraverso il borgo e per vicoli e scalette scendo al parcheggio. Mi fermo ad osservare i fiocchi leggerissimi che volano nell’aria fredda senza avere fretta di posarsi, piccoli cristalli bianchi che eleganti volteggiano sul sipario scuro del bosco. Al limitare del parcheggio, verso valle, un roseto rinselvatichito viene piano piano brucato da alcuni pony al pascolo. Non ho mai raccolto le sue rose, sinora mi ero limitato ad osservarle ed annusarle. Oggi mi dico che se i pony possono mangiarle io potrò bene raccoglierne alcune. Sorrido e salgo sul mio furgone e mi avvio verso l’ufficio. Nel primo pomeriggio rientro a casa.

Nell’aria fredda ha nevicato leggero per tutta la mattinata, ora inizia ad essere più consistente. Parcheggio e vado verso il roseto. I fiori sono coperte da una ragnatela impalpabile di fiocchi. Rose a dicembre in un abbraccio di neve. Ne raccolgo alcune e mi avvio verso casa, nevica più intensamente. Nel mentre arriva Leo da scuola, entriamo, poso le rose sul tavolo e ci prepariamo una merenda. Lui prende i cachi ed io affetto il pane sfornato in mattinata. Merenda. Mentre mangio e guardo il tavolo imbandito di cachi, rose e pane mi torna alla mente il film di Alina Marazzi “Vogliamo anche le rose” che racconta, attraverso i diari di tre donne : Anita, Teresa e Valentina, la situazione femminile nell’Italia degli anni ’60  e ’70. Un film intenso, il cui titolo si ispira allo slogan “Vogliamo il pane, ma anche le rose” coniato  nel 1912 dalle operaie di una fabbrica tessile del Massachussets, durante uno sciopero che durò settimane. Queste donne, queste operaie, cento anni fa rivendicavano due diritti fondamentali, ancora oggi per niente scontati: il lavoro, ovvero il pane, e il rispetto, ossia le rose. Quindi, pur non sapendo come piazzare i cachi, l’immagine di queste rose e questo pane è per tutte le donne che ho conosciuto nella mia vita.
Lo sapevo che sarebbe finita così, con una frase fottutamente sentimentale. Ora fuori,
nel nero della notte, è tutto bianco ed io sorrido, mentre guardo le rose che resistono nel vaso sul tavolo e perché no, mentre mi mangio un caco.

sabato 15 dicembre 2012

L'ELEGANZA DI MICK


Mick Fowler in camicia


17 novembre 2012 - Da anni non venivo a scalare in Medale. Ora sono qua in sosta, nel punto in cui la via Saronno 87 si stacca dalla via Anniversario. Siamo in due: io che non parlo inglese e Mick che non parla italiano, nonostante questo futile dettaglio passiamo il tempo a cercare di dirci qualcosa, non importa cosa, ma qual cosa si riesce a dire tra parole incomprese, gesti, sguardi e sorriso. Un dialogo surreale punteggiato da risate. Nel mentre do corda a Tito, che sale, e di tanto in tanto gli chiedo la traduzione di qualche parola. La situazione è divertente e comica. Mick mi mostra come attrezzare una sosta con un solo moschettone e con l’aggiunta di una piastrina come assicurare i secondi di cordata. Marco e Andrea salgono ma non sono tanto convinti della bontà del sistema. Però se lo fa Mick ed in Inghilterra fan tutti così, andrà sicuramente bene. Strano a dirsi ma né Marco né Andrea sono desiderosi di testare il sistema, li incitiamo a saltare sulla corda, ma ci rispondono simpaticamente di …

Mick Fowler e Marco Anghileri

Mick si fa ancora un paio di tiri e poi va in testa Marco. Andrea inizia a rilassarsi. Io e Tito ci alterniamo da capocordata e apriamo la strada all’allegra comitiva. Ci sono attimi in cui ci troviamo, più o meno, tutti in sosta o nei paraggi, in quel frangente non si sprecano battute e risate. Inglese o italiano poco importa e nemmeno mi importa più di capire tutto ciò che si dice, c’è un altro livello di comunicazione che passa buone vibrazioni tra tutti, stiamo scalando, siamo rilassati e ci stiamo divertendo.
Solo qualche settimana fa per me: Mick Fowler, era solo un nome, non un mito ma certamente un riferimento per il mio modo d’intendere cosa è Alpinismo. Poche e-mail sono sufficienti per invitarlo a Bergamo e per avere il suo OK, poi parte per la sua abituale spedizione su montagne inesplorate, da salire in stile alpino. Quest’anno è tornato a casa con una linea impressionante per la sua bellezza ed eleganza: The Prow allo Shiva, nove giorni in completa autonomia. Solo lui e l’amico Paul Ramsden sulla montagna, sette giorni per salire e due per scendere.

Tito Arosio



Incredibile ora lui è qui, tranquillo e rilassato che scala con noi in Medale, si diverte, ci divertiamo. Lo guardo e mi impressiona questa semplicità, questa capacità di godere di ogni cosa, di ogni attimo, di ogni incontro e di ogni momento verticale che gli si offre. Mick conosce già Marco e Andrea, ma io e Tito siamo due emeriti sconosciuti che lo hanno invitato per una serata; eppure è come se ci conoscessimo già.

La “normalità” delle imprese straordinarie è il sottotitolo del suo libro, mi viene da dire che è così anche nella vita di tutti i giorni, uno straordinario alpinista che sa vivere la “normalità” della vita che ogni uomo affronta giorno dopo giorno. Mick per le sue salite e per alcune in particolare ha avuto riconoscimenti prestigiosi nel mondo alpinistico, eppure è lontano anni luce da certi atteggiamenti da Star tipici di alcuni alpinisti sia nostrani che stranieri. Ora lui è qui e questa sera ci parlerà del suo Alpinismo, ma adesso vuole scalare con noi, non gli interessa se la via è chiodata o non è chiodata, se è lunga o corta, se è facile o difficile. Tutto questo è secondario. Ho la sensazione che a Mick ciò che veramente interessa è condividere le sue esperienze i suoi pensieri e fare un raccolto delle riflessioni altrui. Tito è entusiasta e il confronto tra i due mondi, quello del Club Alpino Italiano e dell’Alpin Club Britannico, di cui Mick è presidente, ci dona tanti spunti per riflettere e per comprendere dove sta andando il nostro e il loro alpinismo e di come, soprattutto i giovani, potrebbero trarre vantaggio da uno scambio continuo tra queste due associazioni. Mentre scaliamo, facciamo notare a Mick che è veramente elegante. Il giorno prima nel tardo pomeriggio è uscito dall’ufficio delle imposte inglese, dove lavora, e si è recato in aeroporto, dove si è imbarcato per Bergamo. La camicia bianca che aveva ieri è la stessa che ha oggi sotto la felpa. Siamo all’uscita della via e lui se la ride sornione, abbassa la cerniera per aggiustarsi il colletto della camicia e, aggrappandosi a due ciuffi d’erba, ci chiede di scattare una foto a testimonianza di tanta eleganza. Marco se la ride alla grande dicendo “Che spettacolo!”, Tito sorride pensando a tutto quello che Mick gli ha raccontato. Io, mentre colgo quelle immagini, mi godo il panorama su Lecco e i riflessi del sole sul lago velato da foschie e vapori. Manca qualcuno. La voce di Andrea arriva da sotto: “Cordaaaaaaaaa!!!!”. Marco esclama: “Oh Signur! Ci siamo dimenticati il Marco”. Tutti scoppiamo in una risata, anche Mick se la ride. Inglese o italiano non cambia nulla, siamo tutti sulla medesima lunghezza d’onda. Andrea sbuca dal basso e noi ce la stiamo ancora ridendo, ci guarda e ride anche lui. Sistemiamo il materiale e iniziamo a scendere. Con Tito e Mick dobbiamo rientrare veloci a Bergamo, per farci una doccia ed essere puntuali per l’inizio della serata della rassegna IL GRANDESENTIERO. Mentre scendiamo continuo a pensare a questi due termini “straordinario” e “normale”, parafrasando il sottotitolo del libro di Mick, se dovessi riassumere questa giornata e l’incontro con Fowler in una frase, mi verrebbe da dire: “La straordinarietà di una salita normale”.
Alcuni grandi alpinisti sanno essere anche grandi uomini, così con leggerezza ed ironia e fare diventare straordinario ogni attimo del proprio vivere quotidiano.





Mick Fowler e Piermario Marcolin

Vorrei ringraziare: Mick Fowler per avere accettato il nostro invito, Tito Arosio per la disponibilità e l’energia profusa, Marco Anghileri per la sua solita simpatica compagnia, Andrea Gaddi editore di Alpin Studio per avere nella sua collana i libri di Fowler, Luca Calvi infaticabile traduttore che ci ha coaudiavati durante la serata, Piermario Marcolin presidente del CAI di Bergamo per averci dato l’opportunità di avere Fowler nostro ospite, Alberto Valtellina di LAB80 ancora una volta compagno d’avventura per IL GRANDESENTIERO 2012.

venerdì 14 dicembre 2012

PICCOLE STORIE #4




Bambino, se trovi l'aquilone della tua fantasia

legalo con l'intelligenza del cuore.

Vedrai sorgere giardini incantati

Alda Merini


Volare

 “Buongiorno!” Evidentemente diceva a me, in quella  mattina nessun’altro risaliva il fianco della montagna lungo quel canalone. Alzai lo sguardo e risposi: “Buongiorno a lei”

Un grande esemplare di stambecco mi fissava incuriosito, mentre il suo branco pascolava tranquillamente sulle cenge che solcavano i dirupi alla mia destra. Chinò leggermente il capo e ruotò in modo impercettibile il collo, senza togliermi lo sguardo di dosso, la sua sagoma si stagliava contro il cielo, e mi disse: ”Oggi è un giorno perfetto. Qual buon vento la porta?”

Fissandolo negli occhi risposi: “Proprio per il vento sono qui” con un gesto appena accennato della testa indicai la vetta poco lontana “Oggi, lassù, si vola”. Percepii un riflesso di luce nei suoi occhi, il sole stava spuntando sulle creste ad oriente, con un cenno, una specie di inchino, mi salutò, si voltò e con quattro rapidi balzi, seguito dal branco, scomparve oltre il crinale. Ripresi a salire e ben presto fui sulla punta centrale della montagna. Il vento come una carezza saliva regolare da sud e soffiava in alto il suo respiro. In lontananza, sulla cima occidentale, nei pressi della croce, giunsero i primi escursionisti. Improvvisamente arrivò uno stormo di gracchi ciarlieri: “Buongiorno – esclamarono – Allora oggi si vola!”. Li guardai e ridendo risposi: “Vedo che in questi luoghi le notizie corrono veloci.” Sghignazzando continuarono a fare gazzarra, librandosi nell’aria. Nel mentre dalla sud sbucarono due alpinisti, procedevano in conserva e nei pressi della vetta, si strinsero la mano soddisfatti. Per un attimo guardarono i gracchi, ma non potevano né sentirci né vedermi, si godettero il sole, il silenzio e quell’orizzonte infinito. Con calma, invisibile ai loro sguardi, iniziai a preparami: montare il leggero traliccio di aste, tensionare i lembi di tessuto e stendere i fili. Mi serviva qualcuno che li tenesse, alzai lo sguardo e vidi un uomo, seduto su di un masso un poco discosto dalla cima, non l’avevo notato prima, ora parlottava con i gracchi. Alzò lo sguardo, mi vide, sorrise. “Ciao – mi disse – è da tanto che non ci vediamo”. Ero felice che fosse lì “Ciao pà! Che bello ritrovarti qui. Dai reggimi i fili. Oggi volo!” Si alzò li prese, mi allontani, i fili andarono in tensione, attesi un soffio di vento ed iniziai a librarmi nell’aria. Felice di quell’incontro inatteso e di quegli attimi di silenzio carichi di significati. Un rumore sordo iniziò a crescere, prima lontano e poi sempre più vicino. Non capivo. Dove era fuggito il silenzio. I gracchi, con cui avevo condiviso quello spazio fatto di vuoto, iniziarono ad agitarsi e a lanciare acute grida: “Andiamocene, fuggiamo. Gli elicotteri!” e con rapide picchiate sparirono lungo gli abissi a nord. Non capivo. Il rumore divenne assordante e un’improvvisa turbolenza squassò l’aria. Mentre andavo in mille pezzi urlai: “Noooooooooo!!!!!!”

Mi risveglia nel cuore della notte di soprassalto, sudato e agitato mi sedetti sul letto. Era solo un sogno con un finale da incubo. Feci fatica  a riprendere sonno, continuavo a pensare al sogno. Arrivai sino al mattino in un dormiveglia agitato e braccato da incubi grotteschi in cui stormi d’elicotteri si posavano sulle cime della montagna e ne scendevano allegri imbonitori seguiti da gruppetti di malcapitati turisti. I primi offrivano le discese più ardite e spettacolari lungo gli spigoli e le pareti della montagna, tutto aveva un prezzo. I malcapitati, dopo avere pagato, impacchettati come salami venivano trascinati verso l’abisso.

Al mattino stanco e frastornato mi alzai e pensai che, per fortuna, tutto ciò era stato solo un sogno. Presi lo zaino, uscii di casa e mi incamminai verso la montagna.

martedì 11 dicembre 2012

AURORA



Ore 7,10 - La Luna e Venere vegliano sull’Aurora.
Fuori è freddo, non ho ancora messo sulla fiamma il bollitore con l’acqua per il the, non ho ancora preparato la vecchia moka Bialetti che tutte le mattine ci regala un buon caffè.
Dentro è caldo, mi sono alzato da poco e sono restato incantato ad osservare il cielo, dalla vetrata di casa. La Notte lascia spazio ai primi chiarori ma non è ancora l’Alba con il sole che spunta all’orizzonte.
Mi vesto ed esco sul balcone, fuori nel freddo, per godere di questo intervallo di tempo sospeso tra buio e luce, per sentire il profumo dell’Aurora. Una falce di Luna abbraccia teneramente la sua ombra e sembra che stia chiacchierando con la luce guizzante di Venere, per un attimo pare che anche loro tacciano, incantate dall’incedere dell’Aurora.
Rientro in casa, dentro nel caldo, accendo la radio, preparo la colazione ed apparecchio la tavola. La tribù si sta svegliando, mentre il caffè gorgoglia nella moka e, incollato alla finestra, mi perdo nella luce che lenta e inesorabile avanza, sino a quando il sole fà capolino all’orizzonte.
È l’alba.
Dentro e fuori due mondi, due meraviglie.

SULLE ORME DI ENNIO




Lo seguo, questa è casa sua, qui conosce ogni angolo, ogni anfratto. In punta di piedi, all’alba, entriamo nel grande catino avvolto dall’ombra gelida. Camminiamo. La neve scricchiola sotto la suola degli scarponi mentre il respiro soffia leggero tra i monti, sfiora le rocce, scalda i ghiacci, scioglie neve e, là in alto, risplende nel sole. È ancora autunno ma l'aria profuma d'inverno e della sua essenza.
Due chiacchiere e qualche risata ci accompagnano in fondo alla piana, mi mostra ogni linea salita negli anni e sono tanti i momenti verticali vissuti tra le pieghe di queste montagne. Ci prepariamo, lo vedo partire seguendo il cammino di ghiaccio che si incunea tra le rocce. Lo seguo, lo perdo di vista, ma ad ogni risalto mi aspetta, due parole un sorso di the e si riparte. La corda è sul fondo dello zaino, nel suo parco giochi non serve. Siamo soli ed usciamo sul pendio mediano, dove passa il sentiero estivo, sopra le nostre teste, a sinistra, una bella bastionata rocciosa si erge sino alle creste che conducono in vetta. La osservo. Lo osservo. Vedo il suo sguardo volare e percorrere quelle rocce, ne scruta ogni fenditura, ogni piccola balza, ogni punto debole, ogni frangia di ghiaccio. Mi mostra dove è già salito e dove sarebbe possibile salire. Stiamo giocando e non è importante sapere se qualcuno è già passato da lì e, dopo il nostro passaggio, non sarà importante lasciare una tracci, sapere dove e come siamo saliti. Basteranno queste parole e queste immagini, la neve ed il gelo faranno il resto, cancellando le nostre orme restituendo quel mondo alla sua origine.
Percorriamo il piede della bastionata, passo dopo passo, sprofondando nella neve, la osserviamo, gli occhi ne accarezzano ogni millimetro. Troviamo una bella linea che si insinua nella parete, tra barre rocciose, cenge e torrioni. Siamo tra i monti di casa, siamo soli e ci divertiamo come monelli. Saliamo risalti di ghiaccio ed erba gelata, canali di neve e piccole cascate. Una cengia in alto ci porta a sinistra, forse dietro il torrione ci sarà ancora una colata azzurra. Una sosta, due battute, una risata, un pensiero agli amici che oggi non sono con noi. Silenzio, lo vedo scrutare gli orizzonti, alla ricerca di nuovi sogni, tra le rocce di verde e nocciola spruzzate. Oltre la valle intuiamo qualcosa, un altro sogno, un’altra linea su cui giocare. Proseguiamo nella neve, sulla cengia, oltre l’angolo un ultimo breve canale e l’ultimo muretto di ghiaccio. Quante piccole sorprese ci riserva questa montagna, nemmeno lui lo sa e per questo torna ogni volta con entusiasmo. Oggi noi siamo qui a cogliere nell’ombra ogni intenso colore. Solo un pendio di neve immacolata ci divide dalla cresta avvolta nella luce. Alziamo lo sguardo alla cima e pregustiamo l’ultimo tratto di salita, lucente di sole, e la lunga discesa che ci attende. Abbassiamo il capo mentre i muscoli lavorano per aprirsi una traccia nel manto candido. Il cuore pompa sangue nelle vene, il respiro come una nuvola volteggia e si fonde nell’aria, dispersa dal vento verso chissà quali monti e quali luoghi. Saliamo, la luce ci avvolge lentamente, sulla cresta il sole ci scalda e fa brillare nei nostri sogni ogni pendio. Ogni volta che seguo Ennio, ogni volta che ne percorro le orme l’entusiasmo mi coglie e la più piccola avventura dietro casa, mi regala sempre nuove emozioni. Alla base del pendio, un sorso di the e due chiacchiere ancora, togliamo i ramponi e riponiamo il materiale nello zaino. Prima di rituffarci nell’ombra della valle ci guardiamo un’ultima volta attorno, per poi iniziare a scendere.

La photogallery - IMMAGINI DELLE ORME

martedì 30 ottobre 2012

LA LINEA BIANCA



Qui ed ora corro sulla linea bianca, sono chiuso in un guscio di pelle, muscoli ed ossa. Fuori piove. Qui dentro sto bene, sono felice. Guardo fuori e vedo i miei piedi, avanzano imperterriti, accarezzando l’asfalto bagnato, lungo la line bianca. Dentro sento l’acido che sale e morde i muscoli delle gambe, non me ne preoccupo e respiro. Sono felice. Fuori piove, il lago si increspa al vento ed il brusio dell’impatto di milioni di piccole gocce, che spariscono nella superficie d’acqua, riempie l’aria. Un’altra galleria mi inghiotte, nero e tepore mi avvolgono. Guardo fuori, la linea bianca compare dal buio, mi viene incontro e sparisce sotto il mio corpo. Fuori il battere regolare dei piedi, amplificato dal tunnel, mi tiene compagnia. Dentro il soffio regolare del respiro e le pulsazioni del cuore come un mantra si ripetono. Io me ne resto nel guscio non c’è fuori, non c’è dentro, c’è solo un nucleo caldo dove non voglio che entri la fatica, dove non voglio che entri il freddo. Dove voglio godere istante per istante di questa felicità. Fuori è ancora luce e pioggia, prima che la prossima galleria mi riprenda. Ma lei è ancora lì, la linea bianca, che mi ipnotizza e mi trascina avanti come un muto canto di sirena. I riferimenti chilometrici inesorabili si avvicinano, mi affiancano e restano indietro. Presto sarà tutto finito e non li guardo più. Ora voglio solo godermi questi attimi intensi e felici, metro dopo metro, passo dopo passo, secondo dopo secondo.  Ripenso alla partenza, al momento speciale in cui migliaia di piedi iniziano tutti insieme a muoversi, mi piace sentire il rumore che si sprigiona da questa percussione collettiva, come in un rito tribale. Rivedo il serpentone multicolore che si snoda abbracciato da tanta bellezza. Centinaia di persone che si sono date appuntamento per condividere fatica e piacere,  godendosi quel nastro d’asfalto sospeso sopra le acque e tagliato nella pietra, dove la montagna scoscesa emerge dal lago e sale verso il cielo. Il nastro d’asfalto, finalmente libero dalle auto e dai loro gas, per una manciata di ore è nostro, per poche ore è anche mio. All’inizio si respira un’aria di festa, che pare esplodere nelle gallerie, dove un chiacchiericcio salottiero rimbalza sotto le volte di pietra e cemento, gente che chiacchiera, che si rincontra, che si saluta, sguardi che si incrociano e tutto questo mentre si corre. Cerco la linea bianca e i piedi quasi la aggrediscono, se la mangiano a grossi morsi come per dire: oggi sei mia. Le gallerie si alternano agli spazi aperti e, concentrato nel godere tanta meraviglia, non mi accorgo del tempo che passa, avanzo. L’atmosfera è di festa, c’è pure il sole. Sul lastricato di Riva, tra il castello ed il lago, sfioro i tavolini all’aperto dove i turisti, illuminati dal tiepido sole, si gustano la colazione. Poi la Valle del Sarca si apre, pare immensa, sopra i vigneti ed i frutteti, si alzano sipari di pietra. In fondo emergono il Colodri e la Rupe di Arco. Là c’è il giro di boa. I vicoli di Arco ci accolgono, ci abbracciano e ci risputano lungo il Sarca. La sua corrente ci riporta verso il lago. La linea bianca è sempre lì, fedele compagna, ora ho fatto pace e la sfioro con delicatezza passo dopo passo. Oggi è lì per me o forse io sono qui per lei. Sul lungolago di Torbole vedo un muro d’acqua che avanza da sud. Arriva, è in anticipo. E penso, mi piace correre con la pioggia. Vedere l’acqua che sgocciola dalla visiera del cappellino. Sentire la canottiera ed i pantaloncini che aderiscono al corpo come una seconda pelle e guardare la lama d’acqua sull’asfalto che schizza in ogni direzione e lentamente entra nelle scarpe. La fatica inizia a farsi sentire, cerco la linea bianca e l’aggancio. Ascolto i muscoli che si gonfiano e sgonfiano, ascolto le articolazioni che gemono, ascolto il respiro regolare, il sangue che si ossigena ed il suo pulsare nelle vene, mentre corre con efficacia a portare nuova energia e rimuovere gli scarti. Tutto questo avviene in automatico, non me ne devo preoccupare, devo solo godere della gioia che mi invade per esser lì, ancora una volta a correre in questi luoghi a me cari e di una bellezza particolare. Luoghi in grado di donarmi una carica d’energia che nemmeno il migliore allenamento potrebbe darmi. Sono in galleria, sono solo, guardo ancora una volta il crono e mi stupisco di come e dove  le mie gambe mi abbiano portato. Decido che d’ora in poi non lo guarderò più, lascerò alle mie gambe e ai miei piedi il compito di portami al traguardo. La galleria finisce ed un muro d’acqua mi avvolge, mi rinchiudo nel guscio e sono felice. La linea bianca scorre sotto i miei piedi. D’improvviso termina, l’asfalto lascia posto al selciato e la in fondo il traguardo mi attende. Sono felice, intimamente felice. Esco dal guscio, ha smesso di piovere.
Quarataduemilacentonovantacinque metri di passi sono dietro di me.Q
QQuarataduemilacentonovantacinque metri di pensieri sono dentro di me.

Lake Garda Marathon - 14 ottobre 2012

giovedì 25 ottobre 2012

REGINA DI CUORI - SI RITORNA

Era il primo di Aprile quando accompagnai Fulvio a ripetere la sua Via Regina di Cuori sulla parete sud della Presolana di Castione. Fulvio non ci riusci nemmeno quella volta a liberare il sesto ed ultimo tiro che ancora gli opponeva resistenza. Fulvio, come tutti quelli, che perdono la testa per una bella fanciulla, non si da per vinto e torna a corteggiare la Regina e al suo nono appuntamento, riesce a salire anche l'ultima lunghezza, completamente in libera, e propone una diffcoltà di 7b. Da questa primavera Regina di Cuori attende una ripetizione, le elevate diffcoltà in libera e la necessità di doversi proteggere con protezioni veloci tengono lontano ogni pretendente.


Daniele è da un po che ci pensa e quando mi chiede se lo accompagno, accetto molto volentieri, ad un caro amico non si nega mai un favore. Se poi ci aggiungiamo che andare a corteggiare la Regina in queste giornate autunnali può regalare momenti magici, non mi potevo proprio sottrarre. Ora vorrei fugare ogni dubbio, io, Regina di Cuori, posso permettermi di salirala solo da secondo e magari sui passaggi chiave anche con la corda bella in tensione, senza disdegnare pure di appendermi alle protezioni, quando sono proprio pieno. 
Quindi, quando il sole inonda la parete, eccoci in azione. Fantastico. Si arrampica in maglia a mezze maniche e la roccia è calda. La foschia invade il fondo valle e tutto attorno regna il silenzio o per meglio dire il silenzio della natura, che è sempre ricco di mille suoni e sfumature. Seguo Daniele tiro dopo tiro , più si sale e più la roccia migliora ed il vuoto sotto di noi diventa significativo. Con un tempo meteo simile, non potevamo esimerci dallo scattare una valanga di foto. e tante altre immagini che abbiamo semplicemente catturato con gli occhi. Un gallo forcello si invola al nostro passaggio. Dei camosci corrono lungo il ghiaione basale. Un picchio muraiolo, disegna arabeschi di rosso scarlatto sul sipario di pietra, per sparire nei buchi di questo calcare. I gracchi chiassosi disturbano una coppia di pernici che si involano già vestite dalla loro elegante livrea invernale. Migliaia d'insetti ronzano nel cucinetto d'aria calda che accarezza la parete. Noi lì, ascoltiamo, guardiamo e passiamo discreti senza tanto chiasso, come strani animali che non avevano null'altro da fare in questa favolosa giornata d'autunno.
Domani arriva la perturbazione, il fredo e forse la neve. Anche per questo il piacere che proviamo è ancora più intenso.
Ringrazio Fulvio per avere chiodato Regina ed avermela fatta conoscere e Daniele per avermi permesso di tornare su Regina.
Per la cronaca. Daniele fa un resting al quarto tiro di 7a+ che richiede movimenti di difficile lettura e si arena nell'ultimo tiro su quei pochi metri di 7b proposto. Lui dice che è almeno 7c ed anche duro. Si attendono quindi altri corteggiatori che abbiano il desiderio ed il piacere di andare a rendere omaggio a Regina di Cuori.

Quindi vi regaliamo un'infinita fotogallery con le nostre belle faccione ed il nostro culone sempre in evidenza. ALLENARSI!

martedì 16 ottobre 2012

PICCOLE STORIE #3



Tu mi dicevi che la verità e la bellezza non fanno rumore
Basta solo lasciarle salire, basta solo lasciarle entrare
È tempo di imparare a guardare
È tempo di ripulire il pensiero
Cristina DonàSettembre

Prospettive
Anche questa mattina mi incammino lungo il solito sentiero. Quante volte l’ho percorso in questi anni, all’andata e al ritorno dalle pareti verticali. Il sentiero è sempre lo stesso, uguali sono il bosco, le radure ed i pascoli che attraversa, salendo sino ai ghiaioni che abbracciano le bastionate rocciose. I giorni cambiano con l’incedere delle stagioni e il trascorrere del tempo, ma il sentiero non cambia, sale e scende lungo i fianchi del monte. Ogni volta che mi incammino non è mai uguale all’altra: “perché ogni nostro passo - come mi ricorda l’amico Davide - è un’attenzione”, un evento in cui ogni contatto con la terra assorbe e disperde energia ed emozioni. Bisognerebbe ascoltare il proprio passo come se fosse unico, sentire la cedevolezza del terreno fresco del bosco, il frusciare dell’erba che sfiora le caviglie e il crepitare della ghiaia smossa dalle suole. Bisognerebbe affrontare il cammino con una disponibilità incondizionata ad aprirsi ai luoghi attraversati e a quello che ogni volta possono raccontarci.
Mentre salgo nel caldo di un pomeriggio estivo o nel freddo di un’alba autunnale, gli occhi continuano a catturare immagini, cambiando prospettiva senza esitazioni e la fotografia che fisso e ripongo nei cassetti della memoria non è mai la stessa. Abbassarsi e modificare il proprio punto di vista, sino a sentire il profumo della terra e a respirare la polvere, mi regala sensazioni straordinarie. Posso assaporarle per un momento, o lasciarle libere di andare o ancora riporle dentro di me per condividerle.
Passo dopo passo salgo e ritrovo quella radice contorta che emerge tra le rocce e la terra, quel blocco affiorante dalla forma bizzarra, quel profilo all’orizzonte che ricorda il viso di un vecchio assopito. Il sudore scende negli occhi e brucia, il peso dello zaino mi schiaccia a terra, ho già vissuto queste sensazioni ma oggi è ancora diverso. Alzo gli occhi verso le pareti e scorgo una linea mai vista iniziando a pregustare il momento in cui sarò lassù. Mi volto e prima di continuare il cammino, ancora per un attimo osservo il mondo che si stende sotto il mio sguardo.